Intervista a Orti Serenella

ORMT-14i

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Presentazione

 

 

Auto-presentazione di Orti Serenella, oggi sarta storica del Festival dei Due Mondi. Ricorda il Festival sin da bambina, nella vicinissima periferia dove è cresciuta arrivava solo un vago sentito dire, ma capitava di recarsi in centro a Spoleto e di scoprire quell’aria nuova, quell’ambiente diverso. Con la madre, e poi da ragazza, faceva parte della schiera di persone che si accalcavano al Teatro Nuovo per vedere l’ingresso del pubblico elegante dei Due Mondi. Il primo lavoro di S.O. è stato quello di apprendista sarta, a sedici anni, in una sartoria privata locata in Piazza del Mercato. Il Festival degli anni Settanta lo assaporava guardando il via vai dalla finestra, o ricevendo più spesso ordini di abiti in sete pregiate quando d’estate, tra la stagione dei matrimoni a quella del Festival, a Spoleto regnava l’eleganza.

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1979, la prima settimana al Festival

Nel 1979 S.O. si propone alla sartoria del Festival, il primo contratto è molto breve, una sola settimana, ma ricorda di aver avuto il compito di preparare delle coroncine di fiori per uno spettacolo (n.d.r. la testimone ricorda La Gatta Cenerentola, di Roberto De Simone, ma a fine intervista si correggerà, era La Sonnambula, con la regia di Pier Luigi Samaritani).
 

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Il lavoro in sartoria

I primi anni di lavoro al Festival per S.O. sono l’ingresso in un mondo magico: i tessuti pregiati che venivano da Parigi e da Londra, così come i famosi costumisti e i/le loro assistenti. La manodopera invece, precisa S.O. stimolata da E.L., era tutta spoletina. E.L. chiede spiegazioni a proposito della comunicazione con gli stranieri e le straniere della sartoria. S.O. risponde divertita che non c’erano traduttori, si comunicava con i gesti. Nonostante lei stessa parlasse qualche parola di francese e, con il tempo, di inglese, il metodo più efficace restava la gestualità. S.O. fa poi riferimento a una tagliatrice e una caposarta già attive nella sartoria del Festival nei primi anni Sessanta e ancora in vita, ma da sempre molto discrete e oggi poco inclini alla responsabilità del racconto. Così come allora, dice S.O., le sarte lavoravano, cucivano, ma non si sentivano parte del mondo festivaliero.

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Le opportunità della manovalanza

Sempre a proposito del grande lavoro della sartoria S.O. spiega che si confezionavano moltissimi costumi di scena, sia per prosa, balletto, lirica e concerti. Spesso si collaborava però con altre aziende: Fendi per le pellicce, ma soprattutto Tirelli Costumi (S.P.A.), una nota sartoria teatrale romana. E.L. chiede a S.O. se esiste qualche spoletino o spoletina che ha intrapreso una carriera come costumista a partire dal Festival. S.O. risponde di no. Giancarlo Colis, per il quale ha lavorato, è un costumista originario di Spoleto, ma non ha mai lavorato per il Festival, nonostante sia stato probabilmente, come è accaduto per molti altri, ispirato dall’atmosfera. S.O. ricorda a questo proposito le critiche in merito alle opportunità lavorative del Festival, minori rispetto a quelle garantite dall’industria sulla quale la città puntava meno. Secondo S.O. è. vero che «non tutti avevano le mani o le idee per lavorare nel teatro, per ciò che il teatro dà e richiede». Quello che la testimone ripete spesso è che il Festival arrivava solo una volta l’anno, e questo era inevitabilmente un grande problema per la manovalanza spoletina.
 

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I cambiamenti e le economie

S.O. ricorda che fino agli anni Novanta le sarte anziane speravano che un giorno le più giovani avrebbero potuto lavorare nella stessa sartoria diventata stabile. Di fatto un sogno non realizzato, visto che delle 50 sarte che lavoravano per il Festival negli anni ’70 e ’80 oggi ne restano solo 5. In assenza di vere produzioni i costumi arrivano pronti, e il lavoro delle sarte, che si è ridotto a quello di lavanderia, solo occasionalmente torna a essere quello originario. Oggi come allora la manodopera è comunque poco conveniente, per chi la fa e per chi la commissiona, S.O. racconta che durante gli anni migliori del Festival è arrivata a guadagnare circa 40 mila lire al mese, ma una sua amica, che lavorava in un bar nel centro, ne guadagnava il doppio. Tuttavia, è grata al Festival per la crescita professionale e la passione del suo lavoro.

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Costumisti e suore collaboratrici

 

 

S.O. ricorda i costumisti con i quali ha lavorato: Luca Costigliolo, Marco Nateri, Alessandro Ciammarughi, Piero Tosi. Si sofferma ancora sulla produzione della sartoria, divisa in due settori, uomo e donna, nei quali i gruppi di sarte lavoravano a giro, in modo da far sviluppare competenze diverse. S.O. ricorda di alcuni lavori affidati alle suore di Spoleto, a San Nicolò o a San Domenico, ma anche quelle di clausura nel convento di San Ponziano, alle quali i materiali venivano passati tramite delle piccole finestre.
 

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Conclusioni e spettacoli visti dalle quinte

Dopo aver parlato del Festival tra ieri e oggi, della sua esperienza personale con l’apertura di una sartoria privata, e dell’orgoglio di aver lavorato più tardi con Mayes C. Rubeo per il film Apocalypto, S.O. racconta di Piero Tosi, di Maurizio Millenotti, e in particolare di Giancarlo Menotti, del suo carattere calmo e pacato in un’occasione particolarmente sfortunata, molto diverso da quello di Francis Menotti, più acceso. S.O. ricorda gli spettacoli visti dalle quinte mentre vestivano comparse e prime attrici: La Vedova Allegra di Arrias, La Sonnambula di Samaritani, La Medium di Menotti.



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Interview Duration: 01:00:00

Registration Duration: 52:01:00

Format: M4a

Type: Audio

Language: Italiano

Subjects:

Original Document Placement:



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Citation

 

Intervista Orti Serenella, di Luciani Eleonora e Sacchettini Rodolfo, Spoleto, Palazzo Mauri, il 24/10/2024, Progetto “Festival dei due mondi” di Spoleto, Collezione Ormete (ORMT-14i),

consultata in URL :<https://patrimoniorale.ormete.net/interview/intervista-a-orti-serenella/>, (data di accesso).



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