Intervista a Rossi Fabio

ORMT-17d

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Inizio intervista

E.M. spiega al testimone il tema della tesi, incentrata sul Teatro Povero di Monticchiello, analizzato nel suo sviluppo tra passato e presente. In seguito, richiede informazioni relative all’archivio, ai copioni degli spettacoli e al materiale fotografico.
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Presentazione del testimone e primo incontro col Teatro Povero

E.M. chiede al testimone di presentarsi e di condividere l’inizio della sua esperienza nel Teatro Povero di Monticchiello e nella sua comunità. Fabio Rossi, classe 1976, oggi direttore della Cooperativa del Teatro Povero di Monticchiello, dice di essere arrivato a Monticchiello «per caso». Conosce il paese fin da piccolo: aveva solo cinque anni quando sua nonna lo portò a vedere uno spettacolo del Teatro Povero. Ricorda anche un episodio divertente di quel primo incontro, quando, senza volerlo, interruppe lo spettacolo.
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Andata e ritorno fra campagna e città, «smarrimento di un’identità», valore del Teatro Povero per il testimone: ritorno alle radici perdute  del mondo rurale

Il testimone è originario del Monte Amiata. Racconta che, come molti della sua generazione, ha vissuto in prima persona la fase dello spopolamento e di abbandono delle campagne, quando tante famiglie lasciavano i paesi per trasferirsi in città. Questo allontanamento dal mondo rurale, per lui, è stato doloroso: si è sentito privato di una libertà e di una connessione con la natura che, una volta in città, ha sentito di aver perso. La dimensione del paese, le feste popolari, il senso di comunità erano qualcosa di completamente diverso rispetto alla realtà cittadina. Anche il confronto con i suoi nuovi amici in città lo faceva sentire fuori posto. Proprio quel senso di «smarrimento di un’identità» che portava dentro è diventato la spinta per avvicinarsi a una realtà come quella di Monticchiello. Un luogo dove poteva ritrovare affetto, radici, senso di appartenenza. Tutti elementi che venivano rappresentati, vissuti e condivisi attraverso il Teatro Povero. «Mi sentivo come imprigionato in questo mondo che avevo vissuto da bambino» racconta, riferendosi a quella dimensione rurale e autentica che in città sembrava ormai scomparsa, sostituita da una vita più consumistica e distante. «Quando tornavo qui avevo la garanzia di ritrovare quel mondo, e incontravo persone che la pensavano come me». Ritrovare la dimensione di un paese, di un borgo, gli restituiva serenità. Anche se inizialmente non conosceva a fondo tutto quello che stava dietro la comunità e il teatro di Monticchiello, ha iniziato a tornarci ogni anno per assistere agli spettacoli. Era una necessità personale, un modo per riallacciare il legame con quel mondo da cui proveniva, e che sentiva ancora profondamente suo.
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Approdo a Monticchiello

Il testimone racconta che, dopo aver terminato l’università, lavorava a Pienza, presso il Comune, occupandosi dell’ufficio Cultura. Un giorno si trovò a passare per caso da Monticchiello, dove incontrò Andrea Cresti. Proprio in quel momento, per una coincidenza, si era rotto qualcosa all’interno del Museo, e si offrì spontaneamente di aggiustarlo. Segna così l’inizio di un legame duraturo: «da quel giorno sono vent’anni che sono qui e non sono mai più andato via».
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Gli anni ’60 e la nascita del Teatro ovvero: gli albori di una cooperativa

Dopo la nascita del Teatro Povero nel 1967, racconta F.R., la “cooperativa” era una formula di aggregazione delle persone molto in voga. A Monticchiello decisero di fare qualcosa di veramente particolare: tutti gli abitanti del paese decisero di costituirsi in una cooperativa, e proprio la sua peculiarità fu quella di avere per soci tutti gli abitanti del paese, diventando pertanto la prima tra le cooperative di comunità. All’inizio, però, ci fu una sorta di paradosso: pur essendo una cooperativa di produzione e lavoro, di fatto nessuno ci lavorava. Era una realtà più vicina a un’associazione di volontariato, in cui le persone contribuivano per spirito di partecipazione.
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L’ex granaio di Monticchiello e l’elevazione culturale del mondo contadino

Successivamente, la cooperativa acquistò il locale del granaio, che divenne la sua sede. L’ex granaio, un tempo utilizzato per conservare il grano prodotto nei vari poderi, rappresentava un luogo simbolico: il fatto di aver ricomprato quello che un tempo era il «luogo del padrone», e trasformarlo in uno spazio «di tutti», divenne simbolo di un vero e proprio riscatto per la comunità contadina. Fare cultura all’interno del granaio, in un borgo dove la maggioranza dei contadini era analfabeta, segnò l’inizio di un’elevazione culturale. Qualcuno, aggiunge, iniziò a scrivere commedie. Il testimone sottolinea poi il carattere culturale che la cooperativa ha dato alla comunità. Costituirsi come tale, insediarsi nel granaio e dedicarsi alla cultura, ha conferito al paese e ai suoi abitanti una nuova consapevolezza critica e una sensibilità verso l’importanza di esprimersi. Le assemblee, in particolare, hanno rappresentato un luogo fondamentale di confronto. F.R. osserva che anche nei più giovani della comunità, durante i giochi o nel raccontare storie, emerge una sorta di «teatralità» naturale, segno di un legame profondo con quella tradizione di partecipazione e dialogo.
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La cooperativa nel nuovo millennio:  servizi e lavoro

All’inizio nella cooperativa non ci lavorava nessuno, se non come volontari. Successivamente, arrivarono Valentina Prati e altri giovani, tra cui il testimone. Il paese iniziò a risentire di alcune carenze nei servizi, come la mancanza di una farmacia, di un giornalaio e di assistenza in generale. Fu così che venne avviata un’operazione che, da un lato, supportava il teatro e, dall’altro, garantiva la continuità dei servizi essenziali per la comunità. Due aspetti strettamente legati tra loro. Oltre a garantire i servizi, soprattutto per gli anziani, si decise anche di creare opportunità di lavoro per i più giovani. Così nacquero diverse attività che contribuirono a creare nuovi posti di lavoro: un ristorante, un emporio, un museo, affittacamere, una ciclofficina e altri servizi legati alle necessità del paese.
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I progetti della cooperativa

Nel frattempo, si sono incrociati altri progetti come la creazione del Centro di Accoglienza per richiedenti asilo, servizi nelle scuole, campi solari e il progetto “Narra Terra” che si occupa dei tour turistici sul territorio.
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La funzione sociale del Teatro Povero

E.M. chiede al testimone quale sia il legame tra lo scopo originario del Teatro Povero e quello che ha assunto oggi. F.R. risponde che esiste un filo conduttore: inizialmente, il teatro nasce a Monticchiello come elemento di denuncia, un vero e proprio «grido d’allarme» contro l’abbandono delle terre. In seguito, con la progressiva scomparsa dei servizi essenziali, il teatro è intervenuto in modo concreto, «rimboccandosi le maniche» per dare seguito alle denunce, creando servizi e posti di lavoro. È diventato un incubatore di pensieri, uno strumento di riflessione e condivisione. Sul palco sono stati rappresentati tutti gli aspetti della vita comunitaria: differenze, conflitti, contrasti sociali, il lutto e il suo processo di elaborazione.
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Organizzazione della cooperativa

F.R. riprende il discorso sulla cooperativa, informandoci che si tratta di un’assemblea di circa 200 soci. Poi vi è un consiglio di amministrazione di 15 consiglieri e per finire i lavoratori. Durante un anno fino a 30 persone sono dipendenti della cooperativa.
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Il Teatro Povero vissuto da spettatore

Il testimone afferma di non essere un attore bensì spettatore e organizzatore. E.M. chiede del rapporto con gli spettatori. Il testimone afferma essere un rapporto familiare, fidelizzato, una sorta di appuntamento annuale.
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La vita in comunità: aspetti positivi e negativi

E.M. chiede quali siano gli aspetti negativi della vita in comunità. F.R. risponde che rappresentano il «rovescio della medaglia» degli aspetti positivi: la condivisione, sebbene ricca di valore, è spesso macchinosa e stressante, poiché deve tenere conto di duecento personalità diverse. È una dimensione difficile da gestire, ma allo stesso tempo racchiude la bellezza dello stare insieme come in una famiglia, in un contesto più umano. La comunità è una famiglia che si sostiene e si insegna reciprocamente, condividendo le proprie competenze. Tuttavia, proprio questa vicinanza può generare contrasti e litigi: ecco uno dei principali aspetti negativi legati a questa scelta di vita.

 


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Interview Duration: 00:31:40

Registration Duration: 00:31:40

Format: mp3

Type: Audio

Language: Italiano

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Citation

Intervista a Rossi Fabio, di Musarò Elena, Monticchiello (SI), il 08/02/2023, Progetto “Il Teatro Povero di Monticchiello fra ieri e oggi”, Collezione Ormete (ORMT-17d), consultata in URL:< https://www.patrimoniorale.ormete.net/../..>, (data di accesso).



Relation:


Bibliography:

  • Giglioni Gianpiero, Per un teatro necessario: in piazza e in scena a Monticchiello. Il Teatro Povero, tesi di laurea inedita, Università degli studi di Siena, Facoltà di Lettere e Filosofia, Corso di Laurea in Lettere Moderne, a.a. 2006/2007
  • Musarò Elena, I teatri di comunità e la sfida del presente: l’esperienza del Teatro Povero di Monticchiello, tesi di laurea inedita in Beni artistici e dello spettacolo, Università di Parma, A.A. 2021/2022, relatrice prof.ssa Roberta Gandolfi (consultabile presso il museo TePoTratos a Montichiello)